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Oltre i fatti di Ceuta
La cittadina spagnola di Ceuta, invasa per qualche ora da circa cinquantamila marocchini, la maggior parte dei quali rientrata subito in Marocco e la tragedia di ottantasei morti, che la traversata a nuoto ha comportato, devono spingere tutti ad approfondire il problema dell’immigrazione e a condividere alcune proposte, pur sapendo che nessuno riuscirà mai a bloccare l’aspirazione insita in ogni uomo di voler migliorare le proprie condizioni di vita. Le indagini giudiziarie accerteranno molto probabilmente le cause che hanno prodotto una immigrazione e una tragedia di tali dimensioni e le varie responsabilità.
Io intendo solo esplicitare alcune riflessioni e proposte, che non esauriscono, certo, il problema. La prima riflessione si riferisce alla reazione del governo italiano.
Meloni ha colto subito l’occasione per sospendere gli accordi di Schengen, cioè la libera circolazione di persone, merci e servizi con la Spagna. Ha preso, quindi, una decisione inutile e propagandistica: dapprima, perché la maggior parte di migranti è stata respinta indietro e non c’è stata nessuna minaccia all’ordine pubblico, poi, perché Ceuta e Melilla non fanno parte degli accordi di Schengen; il che vuol dire che chiunque voglia lasciare le due cittadine e dirigersi verso uno Stato dell’UE, viene sottoposto ai controlli di frontiera.
Nella reazione di Meloni si rileva, inoltre, una evidente contraddizione: quando ci sono stati sbarchi di migranti a Lampedusa, Meloni ripeteva come un mantra “chi sbarca in Italia, sbarca in Europa”, chiedendo, in altri termini, la solidarietà di tutti gli Stati dell’Unione europea. Oggi, invece, che i migranti sono sbarcati a Ceuta, in territorio spagnolo, Meloni chiude le frontiere. Bella coerenza!
Il problema non può essere ridotto a frontiere aperte o a frontiere chiuse. Andando oltre i fatti di Ceuta e per affrontare seriamente il discorso dell’immigrazione, al di là della propaganda elettorale, ci dobbiamo porre alcuni problemi di fondo.
Gli immigrati sono necessari?
Tutti riconoscono che in Europa ed anche in Italia, la popolazione anziana aumenta di anno in anno, grazie al progresso, al benessere e alla cura di molte malattie, mentre il numero dei nati diminuisce sempre di più. Ci dicono ancora che il 40% dei giovani italiani emigra in cerca di maggiori guadagni e di una affermazione sociale che non trova in Italia, che molti piccoli paesi della nostra bella Italia si stanno spopolando, che gli italiani non intendono più svolgere determinati lavori nell’agricoltura, nell’industria pesante, nelle costruzioni, nei trasporti, nell’assistenza alle persone e che molte imprese non riescono a trovare i lavoratori di cui hanno bisogno. Tutti si rendono conto che una piramide sociale rovesciata, che vede la base dei lavoratori rimpicciolirsi e il vertice ingrandirsi, non regge. Da tutti questi dati si deduce che gli immigrati sono necessari per compensare, almeno in parte, la diminuzione della popolazione attiva autoctona.
I governi europei sono oggi in grado di invertire il calo demografico della popolazione?
Sperare di aumentare il numero dei nati, concedendo alle famiglie per ogni figlio nato (come avviene in Italia) un contributo in media di trecento euro, è una pia illusione. Esaminiamo i fatti.
Senza andare molto indietro negli anni, prendiamo come punto di riferimento il Novecento. In tutta la prima metà del secolo scorso la maggioranza delle famiglie italiane, soprattutto meridionali, era composta da 6, 7 ed alcune anche da 8 figli. Le nascite sono cominciate a diminuire con il boom economico, che si è avuto grazie al piano Marshall, cioè agli aiuti degli Stati Uniti per la ricostruzione dell’Italia distrutta dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, alle riforme dei governi italiani e alle rimesse, cioè al denaro inviato dagli emigranti alle proprie famiglie.
Il che vuol dire che le famiglie, una volta raggiunto un certo benessere, cercano di assicurarlo anche ai propri figli. Ciò può avvenire soltanto se i figli sono due, massimo tre, per cui ogni provvedimento, che mira ad invertire questa tendenza, è solo un palliativo.
L’immigrazione è un fattore di crescita economica?
Sicuramente lo è, sia per i paesi d’origine dei lavoratori, in quanto gli immigrati inviano parte del denaro guadagnato alle loro famiglie, sia per i paesi di immigrazione: basta osservare il contributo dato dal lavoro degli immigrati allo sviluppo economico degli USA e di altri Stati europei.
Inoltre, l’arrivo di extracomunitari presenta vantaggi macroeconomici, come la tenuta del sistema pensionistico, maggiori consumi, soprattutto in ragione del fatto che l’età dei migranti è relativamente giovane (25 – 35 anni) e in questa fascia di età si esprime una più alta propensione al consumo rispetto a quella espressa da individui più anziani.
E allora dobbiamo accogliere tutti? No, certamente.
Occorre concordare a livello europeo flussi regolari di immigrati a seconda del fabbisogno di ogni nazione, cioè stabilire quote legali di immigrati. Chiunque vive in Europa e nel nostro Paese deve avere un nome, un’identità e deve rispondere alle regole. Altrimenti non c’è migliore manovalanza per il crimine organizzato. A tal fine bisogna trovare l’accordo prima fra i Paesi dell’Unione europea e poi con i Paesi da cui partono gli immigrati.
Per contrastare l’orribile traffico di persone, bisogna agire quanto più possibile nei Paesi d’origine e di transito nel rispetto dei diritti umani. Servono nei paesi da cui si parte e nei Paesi di transito centri di assistenza, di informazione e protezione, con la bandiera blu a 12 stelle e personale di tutti gli Stati UE, centri nei quali si possa fare un primo esame delle richieste e poi dividere le varie quote secondo le esigenze e le disponibilità dei vari Paesi europei; centri lungo le rotte, ai quali ci si possa riferire per avere aiuto, informazioni e anche mezzi per tornare indietro. Significa per i richiedenti asilo poter fare tutte le verifiche prima che si mettano in viaggio. Questi centri devono essere gestiti dalle forze dell’ONU, dai caschi blu, per garantire umanità, dignità, legalità alle persone. L’esperienza ci insegna che la gestione dei centri non può essere lasciata nelle mani dei Paesi da cui gli immigrati partono.
Deve essere, poi, la Marina Militare, navi italiane ed europee a portare gli immigrati nei vari Stati europei. I profughi e gli immigrati economici, di cui gli Stati europei hanno bisogno, devono viaggiare in condizioni umane e sicure. Non possono essere i trafficanti di esseri umani a decidere e a trasportare sulle loro carrette (il più delle volte di morte) chi deve venire in Italia e in Europa. L’UE deve contrastare con iniziative comuni e non affidate solo ai singoli Stati la “tratta di esseri umani” e combattere le organizzazioni criminali che alimentano i traffici e le false illusioni dei migranti.
Infine, oltre agli arrivi regolari, l’Europa non può trascurare assolutamente un secondo enorme problema: quello dell’integrazione degli immigrati negli Stati che li accolgono.




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